Fotografo Ludovico Foss? (seconda parte)
Seconda parte dell’intervista….
Nel periodo ?chimico?, ossia dal 1988 al 2002, l?attrezzatura da ripresa era composta da un banco ottico (prima Fatif 4×5 e poi Sinar in formato 4×5 e 8×10) e dalla Mamiya RB67. Dal 2002 utilizzo esclusivamente attrezzatura digitale. Un Dorso Hasselblad Ixpress 96C che equipaggia il banco ottico (la mia solita SinarP2) e due Nikon: una D100 e una D200. Una ?riconversione?, dalla chimica al digitale, per quel che mi riguarda molto positiva. Soprattutto sul fronte della possibilit? di controllo sul completo workflow. I software sono FlexColor di Hasselblad, CaptureNX di Nikon e l?immancabile, insostituibile Photoshop: strumento col quale ho un rapporto ormai quasi ?ombelicale?. Il parco luci di cui dispongo ? composto di cinque generatori flash da 3200 Ws e le relative torce tra cui due bibulo da 6400. Parabole di varie fogge e dimensioni, griglie, softbox, una Fresnel. Due stativi a colonna, svariati treppiedi, ecc…Gran parte degli accessori che uso, tuttavia, proviene da negozi di ferramenta, Centri Brico o supermercati. Come pannelli riflettenti, ad esempio, uso i coperchi delle vaschette alimentari d?alluminio che ritengo siano ci? che di pi? efficiente e versatile si possa sperate di trovare.
S?, subito. Sia da fotoamatore, come gi? precisato, che da professionista. E? il genere fotografico che mi affascina. Quello col quale riesco ad esprimermi e che, pi? d?ogni altro, mi d? soddisfazione. La creazione completa dell?immagine e la manipolazione della luce per ?piegarla? ai propri voleri, sono gli elementi fondamentali della foto in studio, ed ? ci? che mi diverte di pi?.
Sono due. La prima risale all?Agosto 1985. In quell’estate di oltre vent’anni fa, decisi di realizzare il mio primo portfolio. Questa ? una delle immagini di quella serie. Ero ancora assistente fotografo e sarebbero passati quasi tre anni prima di riuscire a prendere il coraggio a quattro mani e “camminare” con le mie gambe. E’ dunque una foto che mi fa rivivere l’entusiasmo di quei tempi. Lo stesso entusiasmo che ancora oggi, inossidabile, mi sostiene.

La seconda risale al 1990. La prima foto fatta con la Sinar in 20×25 da poco arrivata in studio. Ricordo l?emozione di poter anch?io lavorare in quel formato. Da assistente l?avevo usato innumerevoli volte, e ne sentivo la mancanza.
Sono semplicemente incontri nei quali i partecipanti hanno l?opportunit? di seguire un percorso. S?inizia con alcune riflessioni e considerazioni sul significato di ?still life? per passare poi alla realizzazione di una fotografia, dal progetto alla … masterizzazione. Si tratta, dunque, di un completo worksflow nel quale si punta l?accento sulla complementariet?, che ritengo sia necessaria, tra ripresa e post-produzione. In sostanza, si tratta di un lavoro nel quale si applicano alcune procedure che possono essere applicate anche a situazioni diverse. L?utilit? sta proprio in quest?aspetto: ? una sorta di ?demo?. Infine, i partecipanti eseguono un paio d?esercizi di verifica sotto la mia supervisione. Una giornata intensa insomma. Intendiamoci: nessuna velleit? d?insegnare lo still life in un giorno! Solo un?indicazione su quale sia la strada giusta. Strada che va percorsa, tuttavia, con le proprie gambe. Penso sinceramente sia una formula vincente. Il fatto che si svolga tutto in un solo giorno, consente la partecipazione anche per chi arriva da molto lontano. Il successo ottenuto finora, ha superato ogni pi? rosea attesa. Il feedback ricevuto altrettanto. Una grande soddisfazione professionale ed umana.
A domani con l’ultima parte…


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